mercoledì 31 agosto 2011

Il sogno di un piccolo astronauta


Quando ero bambino sognavo di fare l'astronauta come molti bambini credo, ma quello che piaceva a me era l'idea dell'allenamento che precedeva il partire per lo spazio.
L'essere pronti, era questo quello che più mi affascinava, saper sempre che cosa fare.
Forse per questo all'idea di andare a Berlino un mese intero mi ero sentito come se finalmente avessi l'opportunità di “prepararmi” di allenarmi per poter , finalmente, avere tutte le risposte ma non è così.
Ora sento di non essere preparato, il mio inglese non è così buono e mi chiedo anche se in qualche modo so che cosa voglio fotografare...
Ricomincio da qui, nessuna aspettativa, nessun progetto, un mese per me, un mese per andare dove non ero mai andato prima, un mese per scoprire se finalmente sono pronto ...

domenica 7 novembre 2010

Solo un attimo

Alzò la testa solo un attimo e rimase li a guardarmi dal riflesso dallo specchio, sapevo che se e ne sarebbe andato e sapevo che non avrei potuto fare niente per fermarlo. Eravamo lì nella stessa stanza eppure ognuno dei due era già partito per un viaggio verso un altro dove.
Continuavo a ripensare alle cose che mi aveva detto a quelle che io avevo detto a lui a tutte le volte che avevamo riso o fatto l'amore ma non riuscivo a ritrovare in nessuno dei quei momenti il momento esatto in cui le nostre strade si separarono.
Lui era così, un volto che non sembrava mai accordarsi al mondo che lo circondava...


lunedì 19 luglio 2010

Linee sottili








Quando ho cominciato a rinunciare a lui?
Non lo so, non so neppure quando ho cominciato a volerlo.
Così rimango qui immobile di fronte alla finestra della cucina bevendo un caffè riscaldato e appoggiando la fronte al vetro. 
Mi piace sentire il freddo del vetro sulla mia fronte, mi ricorda quand’ero bambino, anche se un motivo ben preciso non c’è. 
Perché t’innamori di qualcuno e non di un altro: credo ci sia un prima e un poi, una sottile linea che si attraversa senza rendersene conto, ma l’esatto momento tra quel prima e quel poi non è mai individuabile. Un sorriso, un abbraccio, una parola forse. 
Prima lui è lì vicino ad un banchetto della birra, un attimo dopo lo vedo sputare ai piedi di un pino soffocato dalla calura estiva di città; prima vedo la sua nuca fino a quel momento sconosciuta e un attimo dopo vedo i suoi occhi neri cercare qualcuno, nella penombra della sera.
Accende due sigarette e me ne passa una: è un gesto naturale, ma sento un brivido nel portarmi la sigaretta alla bocca. Così continuiamo a parlare delle solite cose, cosa fai nella vita, dove abiti, lavori, hai fratelli, quasi tutto tranne il segno zodiacale.
Abita all’ultimo piano di un appartamento in centro, lo seguo sulle scale che non mi dicono niente di lui nè della sua casa. 
La luce al neon è troppo forte, questo sì, ma tutto il resto non ha sapore ne odore, sono un animale i cui sensi sono negati.
Lo guardo salire gli scalini, maglietta bianca spalle grandi, pantaloni militari gambe lunghe, scarpe da ginnastica che nascondono piedi che vorrei baciare.
L’appartamento è una grande stanza con il pavimento di legno, un piccolo cucinino, un bagno e la camera da letto.
Fa saltare le sue scarpe in un angolo della stanza e riemerge dal cucinino con due birre.
“puoi sederti se vuoi”. 
Me lo dice sorridendo. Sento gli odori di questa casa, odori che gli somigliano: non saprei definirli ma sono caldi e tattili, ti sfiorano il corpo e ti fanno sentire al caldo e al sicuro, ma anche eccitato. 
Vorrei solo baciarlo, è chiaro che finiremo a letto assieme ma non voglio buttare via niente ora, neppure un attimo.
Lui ora è qualcosa di diverso da me, niente ancora ci unisce, è come un gioco nuovo, come il  primo bacio, la prima delusione. 
Lui ora è tutto il bene e tutto il male che ho provato nella mia vita.
La birra fredda scende in me e si espande, ho un po’ di sonno, sono le tre di notte e sono qui a casa sua e di lui ora conosco solo le sue mani grandi dai polsi pelosi, la sua nuca; apparenti superficialità.


Le sue labbra sono sulle mie, sento la sua lingua farsi strada nella mia bocca, giocare con la mia, il suo alito sa di birra e sigarette ma anche di qualcosa che è lui e che non sarà  mai di nessun altro.
Sento le sue mani scontrarsi con i miei vestiti, inciampa nei miei bottoni, sulla fibbia della cintura, con i lacci delle scarpe.
Ogni parte di me ora esplora il suo corpo, ferisco le mie mani con la morbidezza metallica dei suoi capelli quasi rasati, la mia lingua è prigioniera della piccola cicatrice che decora il suo labbro.
Le sue mani ora sembrano poter contenere tutto il mio corpo, il suo respiro diventa più denso, le mie labbra si bagnano al contatto delle prime gocce di sudore. Non ha fretta.

Il suo respiro regolare mi dice che lui sta dormendo. Le prime luci dell’alba rigano il pavimento vicino al letto, le mie gambe sono imprigionate dalle sue, dal loro calore.
Scivolo lentamente fuori dal grande letto e mentre lo guardo sento il desiderio riespandersi in me. Cerco le mie mutande e vado nella piccola cucina, prendo un bicchiere di latte ed esco in terrazza a fumarmi una sigaretta.
Le stelle ormai si stanno sbiadendo in cielo. Da lontano arriva il rumore di un autobus, un uomo passa in bicicletta: è così presto.
Mia madre quando ero bambino per un periodo fu costretta a fare dei turni di lavoro particolari nella fabbrica dove lavorava: per quanto facesse piano io riuscivo quasi sempre a sentirla. Lei mi imbaccucava con una coperta sul divano mentre si preparava il caffè. Ricordo la sensazione di torpore e l’odore del caffè che lentamente ci avvolgeva, poi mi dava un bacio e usciva nelle prime ore dell’alba e io rimanevo li, ad aspettare che i miei fratelli si svegliassero e mi sentivo solo.

Vorrei solo smettere di fumare, questa è la cosa più importante mi dico, ma so che invece c’è solo il ricordo del suo odore a seguirmi costantemente. 

Da due settimane è sparito dalla mia vita, niente di drammatico, nessuna scenata o dichiarazione, semplicemente una segreteria telefonica tra noi e i miei messaggi simili a fogli infilati su bottiglie di vetro verde che navigano sui fili del telefono. 
Così mi consolo con tutta una serie di forse: forse non funziona la sua segreteria, forse è partito, forse ha paura e io dovrei smettere di chiamarlo, forse…. Così tutto è finito.

Ma non è mai così semplice come vorremmo. Mi richiama e io sono lì. Non parliamo molto, mi accontento di vedere il suo sorriso, di tornare a sentire il suo odore, il desiderio che cresce sotto i pantaloni, le sue mani che bloccano le mie, il sapore dei suoi piedi, il suo corpo che entra nel mio. Sono notti lunghe fatte di fumo e di birra, del suo sudore e del mio, non ci sono cene con amici, ne cinema o locali, ne la spesa al supermercato il sabato mattina. 

Questo mi basta. Provo a crederci ma non è vero: vorrei entrare nella sua pelle, nei suoi respiri anche se so che tutto questo è sbagliato. 
Mi sembra d’essere un vampiro, forse lo siamo entrambi, vogliamo solo ciò che il nostro corpo può rilasciare: sudore, sperma, odori.
Mentre facciamo l’amore mi sembra d’essere ubriaco: vedo il mio corpo muoversi, sento sospiri uscire dalle mie labbra senza che io possa controllare tutto questo, quasi che quel corpo che si dimena, che si inarca per poi stendersi sotto le sue mani, che geme e si divincola non sia il mio, ma quello di qualcuno che non conosco, di qualcuno di così simile a me da non poter essere io.

“Parlami, non restare a guardarmi senza parlarmi”
“che cosa vuoi sentirti dire”
Rimango a guardarlo, il sorriso è lo stesso di quella sera. Ora so che non era un sorriso magico, ma semplicemente uno strumento che ha imparato ad usare, un modo per dirti ‘vedi sto sorridendo, non sono cattivo e se non dico niente è perché così non corro il rischio di dire la cosa sbagliata’.
Mentre gli parlo continua a guardare fuori dalla finestra: vorrei mi guardasse negli occhi, vorrei poter leggere nei suoi movimenti qualcosa che io possa capire, a cui possa dare un nome, ma non vi leggo nulla. 
“Che cosa vuoi sentirti dire? Mi chiedi sempre di spiegare quello che facciamo, quello che siamo. Non ti ho mai mentito, non ti ho mai promesso nulla, mi piaci, mi piace fare l’amore con te, e questo mi basta”.
Ascolto le sue parole. Ora non riesco più a dirgli niente, ora so che io non farò mai parte del suo mondo. So solo questo. Non avrò nient’altro da lui che il suo odore, il suo corpo che schiaccia il mio, le sue mani che mi rendono cieco e il suo respiro che accelera, sino a riempirmi di calore per poi ritrovare un ritmo più lento. 
Niente di più, niente di meno.
Il parco al tramonto si popola di extracomunitari che sdraiati o seduti da soli od in gruppo si liberano delle scarpe e dei calzini e delle loro magliette. Sembrano gli impiegati di alcune avventure di Marcovaldo. Continuo a correre in tondo nel parco: sento il sudore scivolare sul mio corpo, regolo il respiro. Devo controllare il mio ritmo, non sprecare fiato inutilmente. Ancora tre giri, ancora tre giri e poi potrò fermarmi mi dico. Il verde del parco entra dai miei occhi e si diffonde dentro di me. Quando corro i pensieri rimangono fuori di me: colori, suoni, odori si fanno spazio nella mia mente e mi tranquillizzano.  
 “Sembri un topolino” mi dice, “uno di quei topolini che appena nati sono ciechi e che rimangono immobili aspettando che qualcuno si prenda cura di loro”.
Non riesco a dire nulla. Non trattengo più le lacrime. Non voleva farmi male ma ha ragione: sono solo un piccolo topolino cieco.

Non so più dare una forma a questo amore. Ma è poi amore?
Ci rivediamo ancora, ancora una volta mi dico. E sono ancora respiri che si fondono, sudore che sa di sale, muscoli che si contraggono e si rilassano. Quando esco dalla sua camera so che non lo rivedrò più, forse me lo ha detto nel suo modo di fare l’amore questa sera, o forse l’ho deciso io. Raccolgo la sua maglietta sul pavimento, è impregnata del suo odore, sporca di lui. Senza rendermene conto la prendo con me. 
Vicino alla porta di casa su di un vecchio tavolino, tra sigarette e chiavi varie ci sono delle sue vecchie foto. Le guardo cercando in quel bambino le risposte che non trovo nel ragazzo che dorme bocconi nell’altra stanza. Ne predo una dove lui bambino indossa un paio di calzoncini rossi ed una canottiera bianca, nella mano destra tiene un orsacchiotto e sorride felice. 
Avrei voluto conoscerlo da bambino, avrei voluto conoscere i suoi giochi ed i suoi sogni: non è quello che vorremmo tutti dalla persona che amiamo?

Ora sono qui che guardo i treni passare con la testa appoggiata al vetro mentre fuori una pioggia impalpabile pulisce l’aria di questa città.
Ho imparato qualcosa? non lo so. Ho smesso di volerlo? neppure di questo sono più sicuro.
Sono poche le cose che sappiamo quando amiamo.
Credo si sia un prima e un poi, anche se non ne so il perché.

sabato 10 luglio 2010

San Pol del Mar


San Pol del Mar,  è un piccolo paese sul mare a 40 minuti circa da Barcellona.
Mi ci ha portato Siscu, ridendo mi ha detto che era ora che uscissi da Barcellona, la mattina mentre l’aspettavo alla stazione di El Clot-Aragó lottavo con il sonno e mi chiedevo se fosse una buona idea spendere così il mio ultimo giorno lì, non avevo nemmeno il costume con me, ma il tempo era grigio e sicuramente non avremmo fatto il bagno. 

Ma mi sbagliavo, in qualche modo era tutto fuori posto. Io  mi sentivo emozionato come un ragazzino che sta per fare qualcosa di proibito, il sole che ci ha sorpresi, la spiaggia deserta così come il paese con un solo bar aperto, un immenso parco con una giovane donna che spinge una carrozzina, due piccole giostre abbandonate.

Sì, a ripensarci ora era tutto fuori posto, ma andava bene così.
Avrei voluto che qualcuno mi facesse una foto mentre io e Siscu ci lanciavamo in acqua in mutande, avrei voluto avere una foto per ogni istante nel quale sono stato me stesso, ma è questo il prezzo che si paga nel fotografare il mondo che ci sta attorno... noi finiamo per non farne mai parte.

giovedì 8 luglio 2010

Metropolitane



Mi piacciono le metropolitane, mi è sempre sembrato un buon posto dove perdersi, a volte ti perdi nella solitudine di spazi vuoti senza una propria identità, a volte nella folla e riesci a sentirti il ragazzo più triste del mondo. 

Ma a volte ti perdi anche negli occhi di uno sconosciuto, qualcuno che probabilmente non conoscerai mai, o meglio io non ho mai conosciuto nessuno in metropolitana o in qualsiasi altro mezzo di trasporto. 
Laura dice che la colpa è mia, per la faccia da stronzo che mi dipingo quando devo affrontare il mondo. 
Non so se ha ragione, fatto sta che non ho mai conosciuto nessuno così, come ti raccontano gli amici o i film e si che ce ne sono stati di sguardi nei quali mi sono perso, sguardi ricambiati, mezzi sorrisi accennati, ma poi niente, forse troppa esitazione, forse troppo poco coraggio da parte mia.




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